Norma Raccichini
‘Il fine ultimo della nostra esistenza è la ricerca della felicità’. Da Aristotele al Dalai Lama, questa massima è entrata ormai a far parte del repertorio che troviamo banalmente sui social, magari scrollando con fare distratto lo schermo del nostro smartphone e passando in rassegna i vari post, a volte inutili, a volte illuminanti. Ma perché qualcosa possa essere illuminante, dobbiamo essere pronti a comprenderne il significato, quando il nostro stato d’animo, dopo un lungo travaglio interiore, o dopo una lunga pausa meditativa, si trova nella giusta disposizione pronta ad accogliere il nuovo seme.
Nel libro ‘L’arte della felicità’, scritto dal Dalai Lama con Howard C. Cutler, si analizza il concetto di felicità e se c’è o meno la possibilità di raggiungerla. Si parte innanzitutto dal presupposto che la felicità vada cercata dentro di sé, piuttosto che nelle cose esterne, ed il segreto, detto semplificando il tutto, è essere in grado di provare compassione verso il prossimo.Che cos’è la compassione? E’ l’unico mezzo per essere felici, secondo quanto asserito dal Dalai Lama. E in cosa consisterebbe? Nel sentire un altro essere senziente soffrire, e desiderare che questo cessi la sua sofferenza. Ora, chi ha visto Sette anni in Tibet, film del 1997 con Brad Pitt, sicuramente non può non ricordare la scena in cui per costruire le fondamenta di un edificio gli abitanti del luogo ripulirono il terreno da tutti gli esseri viventi, togliendo migliaia di vermi, uno ad uno. Come il personaggio interpretato da Brad Pitt, la nostra reazione sarebbe quella di non comprendere a fondo questa filosofia, e forse proprio per questo motivo noi occidentali siamo forse più infelici di altre culture.
Mi sono chiesta se anche nella nostra filosofia occidentale potesse esserci un esempio di strada maestra da seguire per conseguire la felicità. La musica, scienza che è arte e matematica allo stesso tempo, ed espressione delle leggi dell’universo, è anche filosofia. Mi sono chiesta, dunque: c’è un esempio nell’opera lirica, espressione assoluta della cultura occidentale, di compassione che porti alla felicità? Può esserci un personaggio che possa incarnare tale valore, la compassione, e che questa dote innata possa essere foriera di successo e felicità nel corso della vicenda narrata in musica? La risposta è sì: l’eroina per eccellenza, che incarna il valore della compassione, è Angelina ne La Cenerentola, dramma giocoso del 1817 musicato da Gioachino Rossini su libretto di Jacopo Ferretti. E’ una fiaba antica, narrata già da Basile e da Perrault, nella cui trama mi è parso di leggere alcune somiglianze per le quali potrebbe essere anche inserita in una tradizione filosoficospirituale proveniente da epoche e luoghi più lontani.
La protagonista dell’opera in questione proprio all’inizio dell’opera si presenta cantando una semplice canzone, che le sorellastre Clorinda e Tisbe non sopportano più di sentire:
Una volta c’era un re
Che a star solo
S’annoiò
Cerca cerca ritrovò
Ma il volean sposare in tre
Cosa fa? Sprezza il fasto e la beltà
E alla fin scelse per sé
L’innocenza e la bontà
La la la, li li li li.
Forse, più che un canto fine a se stesso, potrebbe essere inteso come un mantra che Angelina recita ogni giorno, come la cultura orientale insegna a fare. Successivamente entra in scena Alidoro, travestito da mendicante, implorando la carità. Cenerentola si mostra da subito compassionevole, e in silenzio, senza farsi vedere dalle sorellastre, – perché il bene è meglio farlo di nascosto, – gli offre un po’ di cibo.
Zitto, zitto, su prendete
Questo po’ di colazione
E subito dopo, la stessa dirà:
Ah, non reggo alla passione,
che crudel fatalità!
in contrapposizione a Clorinda e Tisbe, totalmente prive di pietà nei confronti non solo del poveretto, ma anche di Cenerentola, che subisce subito dopo le loro angherie fisiche e verbali senza reagire. Questo esempio di reazione non violenta non le conferisce un’aura di sottomissione, ma di superiorità, perché Cenerentola non può, per quanto concerne la fisionomia del suo personaggio, mettersi sul loro stesso piano.
Facile prevedere allora il finale: come andrà a finire la storia? Chi delle tre donne sarà la fortunata che sposerà il principe? Chi raggiungerà la felicità?
Forse il cielo il guiderdone (cioè la ricompensa)
Pria di notte vi darà
sussurra Alidoro a Cenerentola.
Ecco che fin dall’inizio dell’opera lo spettatore ha già la soluzione, sa già chi meriterà la felicità, e tutta l’opera è una sorta di esempio di come poterla raggiungere.
06 agosto 2024